Architecture : L’esperienza del Weissenhof – Marco Lorio – Medium

Le critiche

Si è scritto e si è parlato moltissimo del Weissenhof : quando era solo un progetto, durante la costruzione, in occasione della mostra, quando lo colpirono le bombe della guerra o quando lo colpì — forse mortalmente — la volontà nazista, quando doveva essere in parte ricostruito ; se ne è occupata la più illustre storiografia — quella tradizionale e quella contemporanea — ne ha parlato chi lo ha abitato anche se non attraverso la propria voce ma la penna illustre di qualcun altro.

Risulta interessante in questa sede riportare alcune critiche fatte e qualche giudizio — positivo o negativo che sia — senza ovviamente nessuna pretesa o velleità di completezza. Già prima della conclusione della mostra Die Wohnung, il quartiere di abitazioni di Stoccarda fu investito da critiche.

Ricordiamo che la prima motivazione per la costruzione del Weissenhof fu di carattere sociale ed economico : esisteva infatti all’indomani del primo conflitto mondiale una reale e grave carenza di alloggi.

Le prime critiche colpirono proprio l’economia del quartiere : infatti benché i problemi della abitazione media facessero parte del programma della mostra, in realtà gli affitti elevati dovuti ai costi di realizzazione fecero sì che questo quartiere fu inizialmente abitato solo da persone con alto reddito.

E’ comunque doveroso ricordare che gli alti costi di realizzazione erano prevalentemente una conseguenza dei brevissimi tempi di realizzazione. Infatti se in questo caso non si ottennero risultati in termini economici, sicuramente le sperimentazioni avviate sull’uso dei materiali e sull’accelerazione delle fasi costruttive aprirono la strada per applicazioni successive che potevano garantire economia di tempo e di denaro.

Ritengo eccessivamente severa anche la critica di Piacentini riportata nell’articolo Dove è irragionevole l’architettura razionale in Dedalo del gennaio 1931. Insieme ad altri accuserà questa architettura di effimera durata e di incapacità di invecchiare bene e concluderà il suo articolo con un interrogativo : “Che cosa, insomma, avverrà di tutte queste costruzioni tra otto o dieci anni ?” intrecciando le sue critiche a quelle dei tradizionalisti che andavano a colpire taluni aspetti tecnologici dell’architettura del Movimento Moderno (intonaci precari, assenza di cornicioni, etc.).

Tuttavia è innegabile il generale sforzo e la validità di sperimentazione tecnologica di alcuni edifici della Siedlung (ad esempio i sistemi di prefabbricazione portati avanti da Gropius nelle sue due case o l’edificio di Mies realizzato con una struttura in telaio di ferro tamponata e una divisione interna con pareti mobili).

Ma accanto a critiche che andavano a colpire gli aspetti tecnici ed economici, che tra l’altro facevano parte del programma (come si legge nella sopracitata prefazione di Mies), vi erano critiche sugli aspetti architettonici o — per così dire — spirituali della Siedlung.

Muthesius, nel 1927, dopo aver visitato la Weissenhofsiedlung, dichiarò che si trattava soltanto di arte pura; la gente secondo lui non voleva abitare sul tetto e vivere dietro quel tipo di finestre: “L’uso delle abitazioni chiarirà […] se veramente la nuova generazione vuole morire di freddo d’inverno per via delle pareti di vetro, se veramente vuole rinunciare all’intimità, poiché non c’è mai una stanza dove ci si può ritirare”. Una concezione di vita, secondo Muthesius, completamente sbagliata: accuserà questa architettura di aver distrutto l’intimità della casa.

Numerosi furono gli articoli pubblicati nelle riviste specializzate del periodo, che esprimevano perplessità di questo tipo: ci si domandava — in sostanza — se veramente queste architetture, costruite per soddisfare i nuovi bisogni dell’uomo, rispondessero realmente al sentimento dell’abitare dell’uomo moderno.

Dubbi riscontrabili anche negli stessi autori del quartiere. Döcker, infatti, dopo aver vissuto a diretto contatto con Mies l’evolversi dell’esposizione e seguendo in prima persona il percorso dei progetti, si interroga sulle possibilità di giustificare fino in fondo le scelte degli architetti: finestre a nastro, finestre d’angolo etc., o tutta la costruzione appoggiata su pilastri, o giardini pensili due o tre piani sopra gli alloggi, tutte queste cose non sono difendibili in modo unicamente oggettivo.

E’ necessario a questo punto aprire una breve parentesi.

Mies non incluse nella lista degli architetti invitati a partecipare due importanti esponenti dell’architettura locale di Stoccarda che avevano svolto un ruolo determinante nella costruzione della città : Bonatz e Schmitthenner.

Questa scelta di Mies ci fa riflettere su un aspetto generale di questa esperienza : la mancanza di rapporto diretto tra la Siedlung e la città costruita. Il mancato radicamento contestuale del quartiere rappresenta un limite di questa esperienza o è piuttosto la conseguenza di una precisa scelta? Perché si sceglie di costruire in una collina nei pressi di Stoccarda? In altre parole : architetti attenti e sensibili alle influenze del luogo come Le Corbusier avrebbero potuto fare in questa esperienza il manifesto costruito della nuova (generale) poetica architettonica anche se il quartiere fosse stato pensato all’interno della città di Stoccarda o comunque in diretto rapporto con il centro di questa?

L’internazionalismo (peraltro innegabile) di questo evento non è — credo — un limite se si pensa che questo quartiere fu nella mente dei suoi promotori l’occasione per indagare sul problema dell’abitazione moderna in generale e gli edifici furono proposti come prototipi di alloggi che avrebbero dovuto essere in grado di rispondere alle nuove esigenze dell’uomo.

Di certo però la mancata contestualizzazione e la volontà di realizzare prototipi rende il Weissenhof un quartiere “astratto” e quanto meno atipico.

Pochi anni dopo — 1933 — fu recuperata l’immagine del Weissenhof con le strade popolate da arabi e da cammelli dal potere nazista che accusò la Siedlung di essere la massima manifestazione di depravazione a cui erano giunti gli architetti della Repubblica di Weimar.

Di lì a poco i nazisti, con l’intento di infondere una carica di Sangue e di Patria, posero tetti a falde sugli edifici piani del Weissenhof. Le bombe della guerra fecero il resto distruggendo alcuni elementi essenziali del sistema come le due case di Gropius e quelle di Taut, Poelzig e Hilberseimer, rimpiazzate poi da banali case unifamiliari.

Negli anni subito precedenti al 1960 si iniziarono a compiere alcuni sforzi per restaurare la realizzazione del Werkbund e il promotore di questo intervento fu proprio Theodor Heuss, primo presidente della Repubblica di Bonn e già presidente del Werkbund.

E’ proprio negli anni ’60 (quando appunto si iniziava a manifestare la volontà di recuperare l’immagine ormai deturpata del quartiere) che Leonardo Benevolo scrive la sua Storia dell’architettura moderna.

Viene di seguito riportato il commento sull’esperienza di Stoccarda di questo autore al fine di documentare un certo filone critico appartenente ormai ad una storiografia passata e soprattutto per introdurre le ultime importanti riflessioni portate avanti dalla critica contemporanea.

L’esposizione di Stoccarda presenta al pubblico per la prima volta un panorama unitario del movimento moderno. Il confronto diretto fra opere di molti architetti, provenienti da varie nazioni, mette in evidenza i propositi comuni piuttosto che le differenze e fa vedere la convergenza sostanziale tra molte ricerche che hanno origini diverse. […] Il Weissenhof può essere considerato una rappresentazione allusiva della città moderna, e mostra con la sostanziale concordia dei diversi apporti la possibilità di raggiungere una più vasta unità in cui si compensino diversi modi di progettare.

La critica odierna ha incrinato l’immagine storiografica compatta del Movimento Moderno.

Se è doveroso ricordare il Weissenhof come un momento fondamentale di confronto tra i vari architetti del Moderno e delle loro idee è altrettanto doveroso evidenziare come quella convergenza sostanziale tra molte ricerche esaltata dal Benevolo non è verificabile nella generalità dell’evento ed esiste solo tra alcuni architetti. Più che un momento di aggregazione può essere letto — come si diceva nell’introduzione del presente testo — come il luogo e il crocevia da cui si dipartono tante diverse strade dell’architettura.

L’individualismo della creazione artistica è stato da più parti evidenziato e c’è anche chi ha istituito una analogia tra Stoccarda e Darmstadt.

L’idea di una piccola comunità […] del tutto lontana dalla grande metropoli viene ripresa anche da Alessandra Muntoni che si contrappone alla lettura critica del Benevolo quando questo parla del Weissenhof come una rappresentazione allusiva della città moderna.

Con lo stesso entusiasmo del Benevolo, il Giedion parla della Siedlung affermando : Questo quartiere segna il punto in cui gli architetti contemporanei di paesi diversi ebbero la possibilità, l’occasione, l’opportunità di mostrare per la prima volta non con parole ma con costruzioni messe a confronto, che si era affermato un nuovo modo di considerare il problema delle abitazioni.

In realtà, il nuovo modo di considerare il problema delle abitazioni non venne affermato e rimase solo nelle intenzioni del suo organizzatore. Infatti la personale ricerca artistica ed estetica di ogni singolo architetto prevalse sulla generale volontà di ricerca di soluzioni minime e moduli di aggregazione degli alloggi moderni.

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